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Giovanna Ghezzi

Il Natale e i simboli religiosi

Una grande "Casa Cupiello

MARIO GABRIELE GIORDANO
N atale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo è senza dubbio una delle più note commedie del repertorio teatrale italiano. Non c'è d'altronde rete televisiva che rinunzi all'annuale rito di trasmetterne, in questo periodo, la rappresentazione per cui nessuno forse ignora come, nell'imminenza di un inopinato dramma familiare, buona parte dello spettacolo ruota intorno alla costruzione di un presepe. Luca, il protagonista, vi si dedica con estrema passione perché il presepe "è una cosa religiosa" mentre il figlio Tommasino, l'intontito "nennillo", si ostina a ripetere "e a me nun me piace, nun me piace e basta!".
Tutto, però, si poteva immaginare tranne che non solo l'Italia ma l'intera Europa diventasse in questi giorni una grande "casa Cupiello" con i Luca a proclamare a gran voce che il presepe va fatto perché "è una cosa religiosa" e i Tommasino ad opporvisi stizziti.
Per quanto riguarda l'Italia, si è infatti appreso che in alcune zone addirittura non si vendono più i pezzi occorrenti per la costruzione del presepe - Bambinello, pastori, pecorelle, ecc. - perché, come ha dichiarato il responsabile di una grande catena di distribuzione, "da qualche anno il prodotto non si vendeva più. Non c'era business . E se un oggetto non si vende, noi lo eliminiamo".
Nella disincantata fase storica che viviamo e in termini strettamente commerciali si tratta di una dichiarazione inappuntabile. C'è quindi da chiedersi come mai il "prodotto" non tiri più.
Una delle ragioni è senza dubbio la crescente diffusione dell'albero di Natale anche se il presepe è collegato ad alcune tra le più positive caratteristiche di una tradizione secolare. In realtà, il presepe è dedizione e creatività, è raccoglimento e calore di affetti, è senso di spiritualità, è stupore, è famiglia.
È per questo che il presepe, al di là del suo significato religioso e sentimentale, ha conosciuto e tuttora conosce forme di elevato valore artistico. O è, per caso, immaginabile che una generazione di alberi di Natale possa, per esempio, gareggiare con il presepe napoletano del Settecento quando si pensa ai celebri esemplari presenti nel Museo di San Martino? Ma non è neppure immaginabile che il più agghindato degli alberi di Natale possa competere, in gusto e fantasia, con l'ultimo "pastore" esposto nelle vetrine di San Gregorio Armeno, la celebre strada dei presepi sempre attiva, viva e colorata nel vecchio cuore di Napoli.
Gli adulti conservano sicuramente memoria della suggestione del presepe goduta nella loro infanzia e non dovrebbero quindi negare oggi ai loro figli la stessa suggestione. Ma si sa che un malinteso senso della modernità ha spazzato via sentimenti e valori e si sa inoltre che, nel timore di rivelare un segno anche così vago e indiretto di appartenenza, perfino il vecchio e caro augurio di "Buon Natale" si va sempre più dissolvendo nel generico "Buone feste".
Per quanto riguarda poi l'Europa, pare che i Tommasino prevalgano decisamente sui Luca nella negazione non solo del presepe ma addirittura di ogni simbolo che richiami il Natale. Molti sono in questo senso gli indizi che si colgono con l'abolizione di tradizionali feste e manifestazioni.
Particolarmente in Inghilterra si assiste a una vera "guerra al Natale", come ha denunciato il quotidiano "The Sun". È una guerra che tende a cancellare tutte le tradizioni natalizie non solo attraverso ipocrite motivazioni di contingente opportunità ma anche attraverso formali e rigidi divieti.
Ciò che ha tuttavia destato maggiori perplessità è la definitiva scomparsa di ogni richiamo religioso dalla classica serie natalizia dei francobolli emessa dalle Poste e che reca ormai pupazzi di neve, renne e simili ma neppure l'ombra della Stella Cometa, dei Re Magi o di altre immagini del genere.
Quando si rompe il guardingo silenzio che accompagna questa "guerra al Natale", si afferma che il tutto è giustificato dalla necessità di non offendere la sensibilità dei non credenti o dei seguaci di altre religioni come se i non credenti e i seguaci di altre religioni fossero all'improvviso spuntati solo in questo Natale e come se, d'altra parte, non fosse un dovere morale e civile sostenere, nel pieno rispetto altrui ma a viso aperto e di fronte a tutti, la propria identità che si integra anche nelle proprie tradizioni. Bene ha fatto quindi il "Daily Express" a sottolineare "l'assurdità di voler cancellare le nostre tradizioni più care per paure infondate e irrazionali".
Ma, in termini generali, occorre denunciare una situazione che è insieme di ipocrisia e di pavidità. Ciò che oggi si vorrebbe, come ha felicemente titolato un giornale italiano, è un "Natale senza Gesù", un Natale cioè ridotto a pura festa godereccia e spensierata. Mancando però il coraggio di affermarlo, si preferisce rimanere impigliati in una palese contraddizione che equivale ad esaltare il giorno e a negare nello stesso tempo il sole che lo determina.
Se è così - se può aver senso una provocazione del genere - uno scatto di coraggio e di coerenza dovrebbe invece indurre all'abolizione del Natale come ricorrenza anche civile per lasciarlo alla raccolta meditazione degli autentici credenti. Ma quella di un rinsavimento del mondo è una speranza che non deve venir mai meno.

(©L'Osservatore Romano - 17 Dicembre 2006)

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