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Giovanna Ghezzi
Manuela Valletti

 

Sta finendo il XX secolo

Parigi, novembre. Ti svegli a Parigi, in una mattina di
novembre baciata da un sole primaverile, e la radio ti
comunica che sta finendo il XX secolo. Ci sarebbero molte
altre notizie per animare l'attualità, eppure i giornali
radio si aprono parlando della morte di Maurice Floquet
(1894-2006), che avrebbe festeggiato 112 anni a Natale.
Floquet non attira l'attenzione perché è vissuto più a lungo
del normale, ma perché - morto lui - rimangono in Francia
solo quattro ex-combattenti della Prima guerra mondiale, il
più giovane - si fa per dire - dei quali (l'unico che può
partecipare, al fianco di Chirac e di tutto il governo, al
funerale di Floquet) si chiama René Riffaud e ha 107 anni.
In Europa i veterani di quella che per i nostri vecchi era l'unica
vera Grande Guerra sono solo una decina. Quando morirà l'ultimo
- e hanno tutti più di 106 anni - sarà davvero finito il XX
secolo.

Sento Chirac affermare, così di prima mattina, che la Prima
guerra mondiale è stata la pagina più gloriosa della storia
francese dell'ultimo secolo, e provo un senso di disagio.
Devo dire che non ho niente contro gli ex-combattenti della
Grande Guerra, non solo perché - per quanto forse un po'
abbellite dai media - le gesta di Floquet, due volte ferito
gravemente e due volte tornato in prima linea, sembrano
proprio quelle di un bravo e valoroso soldato, ma anche
perché mio nonno paterno fu tra quei discendenti di
immigrati italiani, con passaporto argentino, che anziché
rimanere tranquillamente in Sudamerica, forse entusiasmati
anche dagli spettacoli patriottici dove danzatrici vestite -
anche qui si fa per dire - con il solo tricolore invitavano
i giovani di origine italiana ad arruolarsi, decise di
venire a combattere come volontario e per poco non lasciò la
pelle a Caporetto.

Il valore individuale dei combattenti non è in questione, né
mi sognerei mai di offendere il nonno. Tuttavia ancora una
volta la retorica di Chirac mostra una nozione della storia
europea profondamente sbagliata.
Per capire perché basta confrontarla con la speciale
attenzione alla Prima guerra mondiale del cardinale
Ratzinger, prima e dopo di diventare Benedetto XVI, un nome
che tra l'altro ha scelto sia in omaggio a san Benedetto
(480-543) - perché si tratta, come ai tempi del santo di
Norcia, di ricostruire una civiltà sulle rovine di un
vecchio mondo che sta morendo - sia a Benedetto XV
(1854-1922), che insieme a Carlo d'Asburgo (1887-1922), l'ultimo
imperatore d'Austria proclamato beato da Papa Giovanni Paolo
II il 3 ottobre 2004, cercò di fermare quella che chiamava
"l'inutile strage".
Il fatto che il Papa e l'erede del Sacro Romano Impero non
fossero presi sul serio quando avanzavano obiezioni morali
contro quella guerra (non contro le guerre in genere, così
che sarebbe improprio presentarli come antenati del
pacifismo), dà già di per sé una misura di quanto fosse
grave la crisi morale dell'Europa.

Per Benedetto XVI la Prima guerra mondiale non solo è molto
più importante della Seconda per capire le radici della
crisi dell'Europa ma è anche alle origini della Seconda e
delle altre guerre mondiali, che derivano tutte da cambiali
non pagate della Grande Guerra.
Il risentimento delle popolazioni di lingua tedesca dopo la
Prima guerra mondiale porta al potere Adolf Hitler
(1889-1945) e genera la Seconda guerra mondiale.
Le vicende della Prima guerra mondiale consentono ai
comunisti di prendere il potere in Russia e di scatenare,
dopo la Seconda, la Terza guerra mondiale, la cosiddetta
Guerra fredda.
Né ha torto chi sostiene che l'abolizione del califfato da
parte di Kemal Atatürk (1881-1938) nel 1924 dopo il crollo
dell'Impero Ottomano - un altro "prodotto" della Prima
guerra mondiale - ha un ruolo decisivo nella nascita del
moderno fondamentalismo islamico e quindi nelle cause remote
della Quarta guerra mondiale, quella scatenata dall'ultra-
fondamentalismo
islamico contro l'Occidente.

Nel suo Il cubo e la cattedrale, il teologo cattolico
americano - amico di Benedetto XVI come lo fu di Giovanni
Paolo II - George Weigel ricorda le parole, pronunciate all'inizio
della Prima guerra mondiale, dal ministro degli Esteri
britannico sir Edward Grey (1862-1933): "Le lampade si
stanno spegnendo in tutta Europa, e nella nostra vita non le
vedremo mai più accese". E quelle di Winston Churchill
(1874-1965) in una lettera alla moglie: "Un'ondata di follia
ha sconvolto la mente della Cristianità".
Per Weigel, come per Benedetto XVI, la domanda cruciale non
è solo "Perché la guerra comincia?" ma "Perché nessuno la
ferma? Perché non c'è nessuno con la volontà, l'autorità, o
l'immaginazione morale e il coraggio necessari per tirare il
freno d'emergenza quando è chiaro che il treno della civiltà
europea sta marciando verso uno scontro di dimensioni
catastrofiche? ".
Eppure, come argomentavano Benedetto XV e il beato Carlo d'Asburgo,
qualunque scopo ragionevole invocato dalle nazioni per
continuare il conflitto avrebbe potuto essere raggiunto per
altra via, evitando milioni di morti.

Mentre un "complottismo" di bassa lega riduce l'estrema
complessità della storia a un unico grande macrocomplotto,
esistono certamente nella storia microcomplotti con
obiettivi specifici. Una vasta letteratura cattolica
attribuisce l'ostinazione nel promuovere e continuare la
Prima guerra mondiale alla volontà dei nazionalismi e delle
massonerie di orientamento anticlericale di volere non solo
sconfiggere, ma eliminare per sempre dalla carta geografica
quanto sopravvive dell'ultimo impero sovranazionale e
cattolico, l'Impero Austro-Ungarico.
Una parallela letteratura diffusa nel mondo islamico
attribuisce più o meno alle stesse forze - i nazionalisti
(questa volta arabi) e le società segrete - l'uso
strumentale e tragico della Prima guerra mondiale per
distruggere nell'area a maggioranza musulmana l'ultimo
impero sopranazionale e religioso, quello Ottomano, con
conseguente fine del califfato.
Il discredito in cui sono giustamente cadute le teorie sui
macrocomplotti non esclude che vi siano elementi di verità
nella ricostruzione storica dei microcomplotti. E tuttavia
la domanda che pongono il regnante Pontefice e autori come
Weigel va oltre, e potrebbe essere così riformulata: ammesso
che vi siano complotti, perché nascono e perché si servono
di uno strumento così intrinsecamente perverso come la Prima
guerra mondiale?

La risposta deve andare indietro nel tempo, e risalire alla
nascita dei nazionalismi europei come apologie della nazione
che si costruiscono separandola dalla religione (considerata
pericoloso fermento di sentimenti di appartenenza a comunità
più ampie di quelle nazionali, in specie la Cristianità),
anzi combattendo la religione.
Nazionalismo e laicismo in Europa sono indissolubilmente
legati, fin dalla Rivoluzione francese, nonostante l'esistenza
di pensatori - minoritari - che cercano di fondare
nazionalismi su base religiose. Il nazionalismo francese e
tedesco che è alla base della Prima guerra mondiale (e la
sua versione un po' parodistica dell'Italia
nazional-massonica di Francesco Crispi, 1819-1901) avanza
strettamente legato alla laïcité e al Kulturkampf, tentativi
di espellere la religione dall'agone pubblico, in teoria
confinandola alla sfera privata ma in pratica inseguendola e
combattendola tramite l'educazione e la scuola laicista
anche in quella sfera.
Con la Prima guerra mondiale maturano le conseguenze
inevitabili del laicismo.
Aveva ragione Benedetto XV: un'Europa senza Cristo non è in
grado di fermare la guerra, per ragioni anche politiche ma
anzitutto morali.
Il nazionalismo, continuando a procedere abbracciato al
laicismo come fanno due storpi che cercano di sostenersi a
vicenda, è diventato nazionalismo senza nazione, dunque -
nei termini di Benedetto XVI - nichilismo.

Per questo, la Prima guerra mondiale - se nella vita
individuale di tanti nostri nonni è stata un momento di
coraggio e di gloria che li ha segnati per tutta l'sistenza - per la
storia collettiva dell'Europa non è stata quella
promessa dolorosa ma ultimamente feconda di pace e di
felicità permanente che una certa propaganda esaltava, ma
una strage inutile e non necessaria, che ha preparato i
grandi crimini del XX e del XXI secolo: il
nazional-socialismo , il comunismo, l'ultra-fondamental ismo
islamico.
Ancora una volta, ha torto Chirac e ha ragione Benedetto
XVI.
La morte degli ultimi combattenti della Prima guerra
mondiale, la vera fine del XX secolo, dovrebbe essere l'occasione
perché, oltre che in linea di fatto, un secolo denso di
crimini e di stragi, dai gas asfissianti della Grande Guerra
fino ai lager e ai GULag, finisca finalmente anche in via di
principio.

di Massimo Introvigne
(il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 5, n. 48, 2
dicembre 2006)

 

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